chissà

parole, paradossi, cose vecchie, cose nuove, alberi, incontri, scontri, cose piccole, chissà

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Blogger: mariaprivi
Nome: maria
una vecchia signora per-bene e per-male, capace ancora d'entusiasmi, a volte imbarazzanti -per gli altri-. Non amo gli ismi, non amo le certezze, preferisco il percorso alla meta. Amo la leggerezza, la libertà, fili lievi, fili attorcigliati, niente catene. Una che ama l'ozio come spazio vitale e ritiene intelligente la parola "forse".

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lunedì, 23 luglio 2007

Rosso come Valentino. Bianco come Ara Pacis.



All'Ara Pacis, Valentino in mostra.
Valentino a Roma, 45 years of Style
video a cura dell'Ufficio Stampa di Valentino

Manichini dorati indossano tanti "rosso valentino", invadono lo spazio museale, si mostrano allo sguardo del passante coprendo pesantemente la visuale dell'ara augustea.
All'ingresso una scatolona di plastica rossa trasparente segna l'evento a chi fosse distratto.
Che dire?

Sicuramente non m'indigna l'accostamento tra una delle opere più affascinanti -e belle- dell'arte romana e le opere di uno dei più significativi stilisti della nostra epoca.
Perché no?
Abbiamo superato la divisione tra i generi, tra le Arti e le arti minori. Abbiamo un rapporto dialettico con il nostro passato "storico". E questa è buona cosa.
La commistione e la contaminazione, , dalle Avanguardie storiche al contemporaneo, sono parte essenziale e significativa della ricerca artistica. E questa è buona cosa.
Allora?
Rimango perplessa. Non per l'accostamento "blasfemo". Figuriamoci, l'arte è di per sé blasfema.
Rimango perplessa per il risultato dell'allestimento.
Se si ha il coraggio di proporre ed accettare una contaminazione forte come questa, bisogna avere la forza e la creatività di progettare un intervento che possa "confrontarsi" con l'opera, che possa dialogare con dialettica intelligenza.
E qui intelligenza non c'è, e non c'è poesia.
Si è scelta l'intonazione forte, invece dell'understatement. E va bene: scelta possibile.
Ma quest'urlo è solo un urletto, invadente e mal riuscito.
Quest'urletto ha presunzione, senza aver forza di creatività autentica.
Se si trova il coraggio di progettare un'installazione nello spazio dell'Ara Pacis e di progettare un'installazione che copra l'Ara Pacis -tanto all'interno, quanto dall'esterno-, bisogna saperlo farlo bene.
Qui, a parer mio, bene non lo si è fatto.
C'è presunzione ed arroganza, senza talento.
Nulla togliendo al genio di Valentino ed alla bellezza delle sue opere, anzi.
Operazioni "modaiole" come questa, rischiano di ottenere l'effetto contrario: condurre il design contemporaneo a carta straccia.

Cosa ne pensate?

maria

m'indigna che sulla stampa siano apparsi solo articoli di plauso -leggi "leccaculismo"-, m'indigna che intellettuali ed artisti non abbiano aperto dibattito.
M'indigna che tutto sia possibile senza confronto, senza analisi, senza ricerca critica.

post precedente sull'intervento di Richard Meyer una brutta costosissima ferita

venerdì, 21 aprile 2006

Una brutta, costosissima ferita.

Tra i tanti luoghi magici di Roma, ce n'è uno un poco sfigato. C'è un genius loci, sicuro, ma -appunto- non gli ha detto molto bene.
C'era il porto di Ripetta, c'era la tomba di Augusto (un tumulo etrusco, severo all'esterno ed all'interno).

C'era pure il cantiere in cui si è costruito il Pantheon.
Poi, nel tempo, lì intorno, vennero su buone ed ottime cose: piazza di Spagna, piazza Navona, piazza del Popolo.
Non vi dico di chiese, di ospedali, di botteghe, di nomi di vie che fanno parte dell'immaginario del mondo.
Lì intorno ci son passati, tra gli altri, Bernini e Borromini ed hanno lasciato segno.
Nell'Ottocento, parallelo al fiume, un papa fece costruire l'edificio dell'Istituto di Belle Arti, la mia scuola, quella dove studiai e dove oggi insegno.
In mezzo, una piazzetta a ferro di cavallo, il Ferro di Cavallo, appunto.
Qualche fascista pensò di costruire intorno al mausoleo di Augusto una simil-piazza, che oggi ha dignità storica e persino formale, che poco teneva conto di una bella chiesa preesistente, San Gregorio. Tra i tanti interventi di buona architettura di quel periodo -e di qualche malaugurato disastro-,  questo proprio buono non fu.
Piazza Augusto imperatore era aperta verso il fiume, ma verso il fiume qualcuno piazzò l'Ara Pacis (che lì non stava) e la chiuse in un parallelepipedo con grandi vetri.

A questo punto si aveva una piazza senza lo spiazzo della piazza e una salita verso il Tevere dove impropriamente poggiava l'Ara Pacis, stretta dal lungotevere e dalle sue file di macchine.
Questo luogo sfigato, eppure bellissimo, eppure con un suo genius loci di forte identità, è stato oggetto di centinaia, forse migliaia, di progetti di studenti di architettura e poteva essere oggetto di un concorso nazionale ed internazionale per la sua risistemazione.
Senza essere necessariamente architetti od urbanisti, chiunque dotato di buon senso e minimo gusto poteva facilmente capire che lì c'era solo da togliere e di aprire verso il fiume: spostare altrove l'Ara Pacis per preservarla e renderla più fruibile, ampliare la piazza verso il fiume creando semplicemente  spazio davanti alla chiesa, e quindi strutturarlo con verde e con piccole buone cose di sana contemporaneità.
Menti più coraggiose potevano pensare al ripristino del Porto di Ripetta, non sarebbe costato di più ed avrebbe ridato il fiume alla città.
Invece, l'amministrazione rutelliana chiamò un americano, un architetto americano famoso, un costruttivista tutto spigoli ed angoli retti.
Un grande nella storia dell'architettura, che ha fatto ottime cose altrove, in luoghi senza la storia, il fascino, la complessità di un luogo come questo.
Richard Meyer c'è andato pesante, ma così pesante che non si può raccontare.
Sintetizzo:
edificio enorme che circonda la povera Ara Pacis
bianco accecante, dove i colori di Roma sono il caldo del travertino e gli intonaci
edificio che spezza l'asse naturale Piazza del Popolo-via ripetta-via della scrofa
edificio squadrato in un luogo che vive di curve (il mausoleo, l'ansa del Tevere, la chiesa)
edificio che si attacca alla povera chiesa, ancora più costretta, ancora meno visibile
edificio che incombe pure sul mausoleo,
edificio che preclude il Tevere,
edificio che sembra teletrasportato direttamente da Dallas,
dentro quest'enormità abnorme ci sono cose assolutamente inutili qui: biblioteche, videoteche e ovviamente l'immancabile roof garden happy hours godereccio che fa tanto fico.

Per tutto il tempo della distruzione e della costruzione, le transenne intorno al mostro sono state dei tazebao dove in italiano romanesco inglese spagnolo persone sane inveivano contro il progetto, piangevano l'infamia, manifestavano sbigottimento, chiedevano ravvedimento e pietà.
Oggi, mentre il mausoleo di Augusto rischia di crollare per mancato restauro -e scusate se è poco-, il Sindaco di Roma,  ha fatto una finta inaugurazione (l'orrore, infatti, non è ancora terminato, ci sono le gru, il cantiere è tuttora aperto) invitando prima la stampa, e poi vippi di tutte le specie, soprattutto cinematografari e finanzieri.
Non sono stati invitati i direttori del Liceo Artistico e dell'Accademia di Belle Arti, istituzioni artistiche e culturali che si affacciano -letteralmente- sull'opera sbrillucicante meyeriana.
Per inciso dalle finestre delle mie classi prima ci godevamo l'infilata di via ripetta e via della scrofa, vedevamo il Tevere e la lanterna di Sant'Ivo alla Sapienza (Borromini), ora... lasciamo perdere.
Se venite a Roma, girate al largo da qui.
Poiché vi rispetto, non vi offendo con immagini documentarie. Le avrete viste su tutti TG.

Mariaconicapellidritti

PS: sia chiaro, l'opera in sé è bella, un ottimo esempio di razionalismo retro (del resto Meyer è rimasto razionalista, ed il suo studio è fatto di razionalisti, giovani, ma razionalisti). Il punto è che è fuori luogo, non c'azzecca nulla, nè con il sito, nè con lo spirito, nè con i singoli elementi preesistenti. Il guaio è che non riesce ad essere tanto contemporanea, tanto originale da poter essere ugualmente, significatamente giusta. Un'opera presuntuosa e, allo stesso tempo senza coraggio.
Dentro è altra cosa: la luce è trattata plasticamente. Dentro c'è emozione e pensiero, almeno intorno all'Ara Pacis.

Documentazione
Mausoleo di Augusto

Risale al 23 a.C. la grande tomba di Ottaviano Giulio Claudio, che divenne Augusto, nonché Cesare e primo Imperatore dei Romani.

 Quando il re Mausolo dell’Asia Minore (attuale Turchia) morì, nel 353 a.C., sua moglie, la Regina Artemisia, gli fece costruire una tomba bellissima, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico.

 Naturalmente l’invidia, l’avidità e altre belle qualità indussero gli altri monarchi a farsi anch’essi delle grandiose camere mortuarie. In tal modo, la parola "mausoleo" divenne parte del nostro lessico, a significare una tomba di eccezionale sontuosità. Questa lo fu più di tutte le altre.

 Questa tomba circolare, che copriva quasi un ettaro di superficie, era in origine rivestita di marmo bianco. La stanza centrale, dove riposava l’urna più importante, era circondata da un anello di nicchie destinate a ospitare i resti di altri membri della famiglia.

 Come una torta matrimoniale, era sovrastata da due tamburi circolari, posti l’uno sull’altro e ricoperti di terra a formare una collinetta con cipressi, seguendo l’esempio delle tombe etrusche. In cima svettava una statua dell’Imperatore.

 All’ingresso vi erano due obelischi (copie romane) che adesso si trovano a Piazza dell’Esquilino e a Piazza del Quirinale.


La storia
I sec. a.C. "Campo Marzio" (Campo della guerra) è il nome di quest’area, posta al di sotto del livello del fiume e spesso inondata, dove le truppe si esercitano tra templi agli dei stranieri qui tollerati. Giulio Cesare avrebbe voluto, con i suoi ingegneri, prosciugare l’area facendo deviare il letto del fiume dietro il colle Gianicolo, ma viene ucciso troppo presto.

28 a.C. Un anno prima di diventare Imperatore, Ottaviano ordina la costruzione di una splendida tomba di famiglia a Campo Marzio, fuori dall’area residenziale di Roma. Il suo nipote preferito, nonché erede, Marcello, è il primo ad esservi sepolto. E’ infatti morto avvelenato, ma da chi? Forse da Livia, seconda moglie di Ottaviano, che favorisce le ambizioni del figlio Tiberio. Comunque sia, Marcello è seguito da altri quindici membri della famiglia in rapida successione, molti dei quali morti prematuramente, anche avvelenati. Ben presto il terreno intorno si popola di templi, di cui il primo dedicato a Marte, il dio della guerra, e la città prende a espandersi in quella direzione.

14 d.C. Augusto muore e le sue ceneri vengono sepolte nel nucleo centrale di quest’edificio.

Nelle tombe si usava allestire banchetti in onore dei defunti. Si festeggiavano la data i nascita e di morte, si tracannava vino, si facevano discorsi, si restava a lungo ubriachi, come in una veglia funebre irlandese.

X sec. La famiglia Colonna trasforma l’edificio in una fortezza con fossato.

1354. Approfittando del fatto che i Papi sono stati esiliati ad Avignone, Cola di Rienzo tenta di risuscitare l’antica Repubblica Romana. Il suo esercito viene sconfitto e lui fa una triste fine, ucciso da un servo dei Colonna mentre pronuncia un veemente discorso. Il suo corpo viene bruciato in questo luogo.

XVI sec. La tomba diviene un giardino ornamentale.

XVII sec. Un anfiteatro di legno viene costruito tutto intorno, trasformando il Mausoleo in arena destinata alle corride, svago di pochi eletti.

XIX sec. L’anfiteatro diventa un circo.

XIX sec. Fino alla fine degli Anni ’20 del XX. La parte più alta viene usata come sala da concerto.

1930. Mussolini fa scavare l’edificio fin nelle fondamenta, sognando di farne la propria tomba. Fa costruire tutto intorno una piazza con palazzi in stile fascista, a evidenziare l’importanza del luogo.

Piazza Augusto Imperatore (Mappa G2)



Ara Pacis

L’altare della Pace di Augusto è del 13-9 a.C. Le figure scolpite su questo antico monumento costituiscono il punto più alto mai raggiunto in fatto di bassorilievo.

 Nel corso dei Secoli Bui, esso venne smantellato e disperso: alcuni frammenti dei suoi fregi rimasero sepolti sotto le macerie di Roma, altri vennero sparpagliati tutt’intorno, anche a notevole distanza.

 Gli studiosi avevano letto negli antichi rotoli di questo rinomato altare, ma molti pensavano che si trattasse soltanto di un mito.

 Ma a volte la realtà è più sorprendente dei romanzi, e oggi, dopo 1500 anni, tutti i pezzi sono di nuovo insieme.

Descrizione dei bassorilievi:

1 - Sezioni inferiori: volute di acanto intrecciate a cigni, identiche sui quattro lati.

 2 - Ingresso principale: vi sono illustrate le leggendarie origini di Roma.

 a) pannello destro: Enea, con aspetto serio, sacrifica un grasso maiale sopra un piccolo altare;

 b) pannello sinistro (attualmente distrutto): la caverna di Romolo e Remo, il Lupercale;

 3 - Ingresso posteriore:

 a) sinistra: Tellus, prosperosa dea terrestre con due bambini, che secondo alcuni potrebbe anche rappresentare l’Italia. Vi sono anche divinità dell’aria (sopra un cigno) o dell’acqua (sopra un mostro marino);

 b) destra: la dea Roma (molto danneggiata);

 4 - Pannelli esterni: illustrano la grande processione dell’anno 13 d.C. con Augusto e i Senatori che celebrano le sue gloriose vittorie in Spagna e in Gallia (Francia), in quella che allora era la periferia dell’Impero.

 a) Lato opposto al fiume: anche se danneggiato, il pannello riproduce con grande realismo l’Imperatore con la sua famiglia e il seguito. I "Littori" aprono la strada con i loro Fasci (fasci di bastoni che simboleggiano l’autorità). Segue l’Imperatore: anche se una crepa gli attraversa la faccia e gli manca parte del corpo, s’intuisce un uomo giovane, alto e bello. Accanto a lui, il futuro Imperatore, Tiberio, che gli tocca il braccio. Seguono i Flamines, responsabili del fuoco cerimoniale, con la testa incappucciata. Dopo, un vecchio che porta la sacra ascia imperiale, e Agrippa, il migliore amico nonché genero dell’Imperatore, con la moglie di Augusto, Livia, e sua figlia Giulia. I bambini sono deliziosi nella naturalezza delle loro movenze: uno di loro tira la toga del padre per attirarne l’attenzione. Molti degli uomini indossano corone di alloro.

 b) dal lato del fiume: la processione continua con i "V.I.P." dell’epoca: sacerdoti, magistrati, senatori. L’Alto Sacerdote, il Pontefice Massimo, anche lui incoronato d’alloro, si copre la testa con un lembo della toga, dato che si tratta di una cerimonia religiosa. Il suo titolo e le sue funzioni religiose passeranno successivamente agli Imperatori e infine ai Papi che ancora oggi vengono chiamati "Pontefici" (da pontifex = artefice del Ponte).

 5) Pareti dell’Altare interno: Anche se la maggior parte è andata perduta, vi si vedono tralci di foglie e di frutta di grande bellezza. I rilievi raffiguranti i sacerdoti che conducono gli sfortunati animali al sacrificio nel giorno della consacrazione sono i più belli dell’antica Roma, perfino migliori di quelli della Colonna Traiana.

La storia


4 luglio anno 13 a.C. Consacrazione dell’altare, solennemente dedicato a celebrare la pace e la transizione di Roma da Repubblica a Impero. Sottolinea la serietà con cui Roma affronta il suo ruolo di unica superpotenza in un mondo in tumulto. E’ anche una sorprendente galleria di ritratti dei personaggi più importanti che parteciparono alla cerimonia della consacrazione. Veniva usato come altare per pregare e per sacrificare agli dei.

1525 d.C. Capitano tra le mani del Cardinale Andrea della Valle, famoso esperto d’arte, alcuni grossi pezzi di bassorilievi pagani in marmo, di cui s’ignorava l’origine, ma che si ritiene provengano dall’Arco di Trionfo di Domiziano. I bellissimi frammenti vengono collocati nei giardini di Villa Medici.

1545. Il Cardinale Ricci di Montepulciano (vedi: Villa Medici) acquista altri pannelli provenienti da scavi in Via in Lucina, a Roma. Sono talmente grandi che si è dovuto segarli in tre pezzi ciascuno. Il ritrovamento provoca grande entusiamo: i bassorilievi, di squisita fattura, rappresentano una processione di personaggi con drappeggi estremamente naturali e movimenti del corpo altamente espressivi. Finiscono alla Galleria degli Uffizi, a Firenze. Altri panelli vengono disseminati in giro per l’Europa, al Louvre, al Vaticano, a Vienna.

Anni ’40 del sec. XIX. Altre lastre di marmo lavorate vengono trovate nei lavori di consolidmaento di un vecchio palazzo al centro di Roma (nello stesso punto, anche se gli operai lo ignorano, in cui nel 1545 erano stati trovati i frammenti acquistati dal Cardinale Ricci, a Via del Corso angolo Via in Lucina).

1898. Lo Stato unitario italiano è ormai realtà e si cerca di ricostruire il passato splendore. Gli studiosi avanzano l’idea che tutti quei pannelli scolpiti possano appartenere al famoso, forse mitico, Altare della Pace di Augusto. Vengono avviati scavi sotto il palazzo di Via in Lucina, con gravi rischi, dato che l’edificio minaccia di crollare. Ed effettivamente ben presto si devono interrompere gli scavi e le ultime grosse lastre scolpite rimangono sotto terra.

1937. Sotto il fascismo, con Mussolini al culmine del potere, si utilizza una nuova e rivoluzionaria tecnica che consente di congelare il pavimento e arrivare fino ai marmi senza che l’edificio crolli. Con grande cautela, vengono così estratti gli ultimi pannelli, che erano stati utilizzati per le fondamenta, e al loro posto viene versato cemento liquido. A quel punto, l’Italia vuole riavere indietro i pannelli sparsi in altri paesi. Normalmente gli Stati non restituiscono le opere d’arte; ma stavolta, stranamente, lo fanno.