deserto
Lo conobbi, fu empatia. L'arte di mezzo.
Fascinoso suo malgrado, non bello.
Partiva per il deserto, mesi, senza meta, senza scadenza.
M'invitò. Mi faceva posto nella sua tenda, c'era posto sotto le stelle. Fredde le notti nel deserto. Corpi per scaldarsi. Spazio grande intorno. L'altrove.
Mi disse "Maria, si vive una volta sola". Non andai.
Non rimpiango, ricordo, immagino.
maria
foto di papa rocket da Flickr
rispondo a Giulia e a mail, ai loro commenti in questo post.
Com'è bello capirsi ed essere capiti.
Del deserto amo tutto, i serpenti pure e le loro scie sinuose che improntano la sabbia.
E quella storia non aveva nulla della fuga, infatti non partii.
Fu lo spazio istantaneo della proiezione in uno spazio stra-ordinario che sarebbe stato possibile.
Ed è come se fosse avvenuto, più ancora che se fosse avvenuto.
Il compagno di deserto era persona conosciuta da pochissimo, ed in quel momento vicinissima simpaticempaticamente.
Ma era solo l'elemento catalizzatore, la sostanza era il deserto. Non compagno di avventura, non uomo della vita, non passione (compassione, semmai).
Mi capite.
Quindi nessun rimpianto, lo spazio stabile di me è dentro di me, non nell'intorno, non nella routine. Ed io, in realtà, sono errabonda nel quotidiano, un'errante comunque, dentro le cose eppure straniera, responsabile ma mai integrata.
E non è facile, né comodo, ma mi è connaturale. Questa è la mia libertà. Malgrado e comunque. Questa e le vite parallele. Qui diventa più difficile spiegare, vi dico solo che le mie vite parallele non sono quelle dell'immaginazione, né del sogno, né della speranza.