Vi presento Mario Dondero, una delle voci più autorevoli del fotogiornalismo italiano.
Ho trovato soltanto quattro sue foto online, le altre sono coperte da copyright. Molti invece gli scritti presenti nel web su Dondero e sulle sue numerose mostre in Italia e all'estero.
Scrivono di lui:
Mario Dondero (Milano 1928) rappresenta una delle più importanti e originali «voci» nell’ambito del fotogiornalismo contemporaneo: un «protagonista scomodo», autonomo e originale. «Per lui – scrive Uliano Lucas – la macchina fotografica è uno strumento di libertà, una scelta di vita, un mezzo per conoscere il mondo e le persone».
«Nel suo percorso – continua Lucas – ha dato un volto agli umili, ci ha consegnato ritratti di intellettuali, filosofi e pittori, ha prediletto e raccontato quel mondo intorno a noi che il potere tende a ignorare. E’ stato dentro al ribollire del cinquantennio, agli sconvolgimenti sociali che l’hanno attraversato, e non solo per «documentare», ma per tentare di capire la vita e le ragioni della gente che ritraeva nei suoi lavori, nelle sue fatiche – siano essi il mondo della fabbrica o quello contadino, il maggio francese, i nomadi irlandesi, il Madagascar o Cuba, la Praga magica o il ritratto del vecchio miliziano della Repubblica spagnola o gli intellettuali parigini – si scopre il rispetto con cui Mario ha sempre guardato al soggetto fotografato, a storie di vita in cui ha sempre saputo entrare in punta di piedi, con discrezione e sensibilità. Le sue sono foto da guardare non con i parametri della bella foto, sono foto “colte”, dai molti rimandi letterari, politici, cinematografici…».
La fotografia di Mario Dondero, come ha osservato Jean-François Noël, è «scarna ed essenziale, talvolta ai limiti del casuale, condotta sempre con discrezione e pudore, in un bianco e nero che – se si richiama immediatamente alla tradizione della scuola francese – non è mai eccessivamente levigato».
Dice infatti Dondero di sé: «Non credo di avere uno stile illustrativo, né mi interessa averlo. Preferisco mettere in evidenza l’aspetto ironico di fronte a un potere forte, la sensibilità di fronte a un soggetto debole. Ogni volta che tieni l’obbiettivo in mano, hai infinite possibilità di immagini: dipende solo da te sapere cogliere dall’ordinario, dal consueto aspetti interessanti. Concetti che non mi sembrano affatto estranei agli ideali del grande maestro Cartier-Bresson».

Sì, ouroboros, il serpentedrago che si morde la coda, eppur non si divora. Rimane cerchio perfetto, senza soluzione di continuità.
Uno spazio libero, senza paletti. Spazio d'ospitalità per chi ne avesse desiderio.
Con un vivace dibattito si è parlato del mondo bloggaro, di narcisismi, autoreferenzialità, mascheramenti, trash e qualità. Si è detto che c'è troppo romanticismo melenso e piagnistei e voglia di far contenti i padroni di casa.
Allora mi vien voglia di presentarvi una mia scoperta, avvenuta qui splulciando le foto su Splinder. Alice il suo nome d'arte, Barbara nella vita, è fotografa (ma produce anche grafica e siti web) trentenne autodidatta. A me incanta: dura, romantica, perversa ha una duttilità di mezzi espressivi e di intonazione che trovo sorprendente. Ho iniziato quasi un carteggio con chiamiamolaAlice. A voi cosa racconta Alice?
ah! le sue foto le vende, e progetta siti, basta andare al link (in cui si naviga meglio con Safari e Mozilla). Peccato che la foto d'arte in Italia non abbia considerazione e conseguente mercato, pochi hanno cultura e buongusto bastanti per acquistare quella che viene considerata SOLO UNA FOTOGRAFIA. Io no, quando posso me le compro.
Glimpse Of Life
Untitled Self-Portrait
Liquid Pleasure
Au Bord De L'Eau
Chaotic Shanghai
Troppi contrasti tra foto e foto, troppo trash in quei ritratti con piercing? Guardate ne ha di peggiori l'Alice con sangue grondante. Mi sà che veli posterò. E quel paesaggio è incantato o maledetto? Maddai...ma che ci vuole a fotografare un tulipano così? Oppure no?

Queste opere sono di Nicola de Maria, seconda avanguardia, transavanguardia..chi se ne frega. Importa invece che quando ci regala installazioni così ci manda in orbita: le pareti scompaiono e ci troviamo in magie surreali, in mondi di bambini contenti. Senza estetismi, senza maniere, sussurra e grida con allegria, con macchie di accostamenti da pesci tropicali e graffiti tracciati e segni giocati.
Ci fossero cose così nelle nostre città, commistioni di bella contemporaneità con il tessuto urbano. Se avessimo speso solo un decimo di quanto c'è costato il funerale del papa, ne avremmo di cose così. A Piero sarebbero piaciute, sicura ne sono.
Ho portato i miei studenti al Macro quando c'erano opere sue e dovevate vederli, sdraiati per terra aggruppati persi a fare il pieno dentro coinvolti nella complicità di una cosa goduta insieme.
Non può essere che di Piero della Francesca questa meraviglia. Madonna di Senigallia, Palazzo ducale di Urbino.
Quando mi sento così, così molle, inetta, senza desideri, con voglie che non so, con stanchezza di vita, allora vado a cercarmi qualcosa di netto, di pulito, di pieno, qualcosa che mi dica che sì, se da questo mondo noioso, così noioso e immondo come lo sento oggi, lui è riuscito a tirar qualcosa di così lindo e perfetto, allora io non posso impaturniarmi, e lo guardo Piero e lo riguardo e passo a voi questa cosa, guardate l'angelo e dietro la luce e dietro la luce c'è vita degna. Ed è un quadro piccino, come non lo immagineresti mai, e lì dentro c'è nitore intellettuale, c'e aria di mente e di cuore, c'è speranza in quell'immobilità rara, e bellezza che resterà anche quando NON FOSSE MAI quei colori divenissero polvere tra polveri sottili e di malavita. Piero è stato uomo di carne e di sangue, come me e voi. Ed anche questo è vero. Assurdamente, meravigliosamente vero.

“Piccola strega, vuoi lasciarlo così?”. Lui mi dice con un sorriso da stronzo. Faccio cenno di sì con la testa, per due volte, e poi, subito dopo, di no. E c'è l'ho in bocca, me la riempie tutta, questo cazzo imprevisto. Un cazzo da raccontare. Lui spinge e mi provoca quasi un conato. Colpi sulla porta ripetuti “Signorina, si sente male?”. Tento di rispondere la bocca piena. E' invece lui, tranquillo, a rispondere. “Grazie, non si preoccupi. Mia nipote ha solo mal di treno”. Gli occhi chiusi sussurra “brava bambina, brava bambina”. E mi sento a scuola, con un bel voto nel compito di matematica. Brava bambina, mi dice.
------------------------------(da qui in poi continuate voi, se volete, con il vostro finale).
La mia ipotesi
Ma come si permette? Brava bambina mi dice, mentre io ho il suo cazzo in bocca. E glielo mordo, e glielo mordo forte, con rabbia. Lui urla, un urlo silenzioso che rimbomba e non finisce mai. E' in terra, accartocciato su stesso, un feto grasso con le mani su un pisello mozzo. Sputo il suo sangue sul lavandino, mi sciacquo la bocca, mi frego i denti con il dito, per annullare quel sapore appiccicoso. Butto le mutandine nel cesso, gentile omaggio al primo aggiustatore di binari che passerà di lì. Apro la porta, nessuno ad aspettare, me la tiro dietro e sono nel corridoio. Entro veloce nello scompartimento, siamo quasi alla stazione. Tiro giù lo zaino. Nella giacca che il miocarosignore nella fregola ha lasciato sul sedile trovo un portafogli bello pieno, lo svuoto: soldi che vanno a finire nello zaino, carte di credito che lascio lì, varie tessere. Tessere? Ohi Ohi il vecchio porco è rettore a... Il treno è fermo solo per poco, butto giù dal finestrino lo zaino alla mia mamma che lo prende sorridente al volo. Corro fuori mentre il capotreno fischia la partenza e sono fra le sue braccia, quanto è bella la mia mammina. "Brava bambina. Brava bambina mia a tornare presto a casa. Hai lasciato nulla sul treno? Sicura?". Faccio segno di no con la testa, mentre il mio Marchese bastardo scodinzola e ci saltella fra le gambe, ci avviamo abbracciate e contente verso l'uscita. Il treno riparte, mi volto e mando un saluto. "Ma chi saluti?" "Nessuno mamma, solo uno stronzo che ci ha provato".
Il treno riparte verso un'altra stazione.
Un rivoletto di sangue scorre lento da sotto la porta di un bagno.
L'origine del mondo. Gustave Courbet.
La storia di questa tela straordinaria e della sua modella ci sarà raccontata da eroicilivori, appena ne avrà tempo.
(Ne ha avuto tempo, andate nel suo blog al post del 5 settembre 2005, il suo blog lo conoscete sicuramente http://eroicilivori.splinder.com/)

Sotto questa eterea e virginea fanciulla c'è il pube dipinto da Courbet. Ci credreste? Queste romantiche fanciulle irlandesi... Nel post di eroicilivori dell'8 settembre ne saprete di più.
-----------------------------------------------------------------------------------------------------
La realtà è che la fica è il centro del mondo, da lì non a caso veniamo tutti. La sessualità è qualcosa di più complesso, per me è una linea che ci aiuta a relazionarci agli altri e a far meglio il nostro mestiere, qualsiasi esso sia. La sensualità, pardon, e non la sessualità. La sensualità crea trame buone, ci rende capaci di far l'amore con le persone e le cose, le situazioni pure. è l'istinto sano che è anche dell'animale culturale, quello che ci permette di discernere, di decidere, ma anche solo di porci in modo che l'altro riceva segnali giusti, di accettazione o di ripulsa, quando sia il caso. Mettere sensualità, istintualità nella proprio vita, nel proprio fare, significa, per me, coglierne l'essenza, assaporarne il gusto profondo. Il che non ci esime dalle fregature. Fanno parte di questo gioco che è la vita. Concludendo: pensare con la fica e con il cazzo, far l'amore con il cervello, sentire nella pancia (nelle viscere direbbe il mio amico di tastiera) i rapporti, anche quelli lavorativi, aiuta a viver meglio il male di vivere e lo trasforma in ethos, pathos e sano equilibrio tra ordine e caos.
Filosofia quotidiana ed assolutamente spicciola di mariaprivi.
Dei.
La povera storia civile del senegalese autista di camion e dei tre ragazzi valdostani tutti travolti insieme - il tir era vecchio e sovraccarico come chi, per due soldi, lo guidava - giu' per il viadotto dell'autostrada.
E ora eccoli qua, i parenti italiani e quelli neri, nella camera mortuaria dell'ospedale, ognuno a vegliare i suoi. Si guardano tutti in silenzio, con imbarazzo, uno balbetta una scusa, l'altro sforza un sorriso. Poi uno degli italiani -il dolore rende piu' intuitive le persone buone- si accorge che c'e' un problema; non ci sono i soldi per riportare a casa il camionista morto. E fulmineamente, come se gliel'avesse detto qualche angelo del catechismo, capisce la soluzione: colletta fra noi italiani, fra noi poveri parenti di Luca, Davide e Michele, e via ecco qua i soldi per la bara e il trasporto e tutto, non e' stata colpa di suo fratello Mamadou se i freni erano logori, lo sappiamo che anche lui era un povero cristo inchiodato a quel camion per campare.
Cosi', nel nome di Cristo e di Allah, i rispettivi preti hanno biascicato le loro preghiere e le bare sono partite per i rispettivi cimiteri, sotto i cipressi d'Italia o sotto il sole africano.
Ditelo, ai due vecchissimi dei, rimbambiti dalle urla che sentono salire verso di loro, che non sono impazziti tutti i loro figli, che c'e' ancora qualcuno che li onora abbracciandosi e non perseguitandosi a vicenda.
L'ho in bocca, ed è grande, tanto da riempirmi e nelle narici ho il suo odore agrodolce. Caroilmiosignore ora sai con chi hai da fare.
“Ferma, ferma” e mi tira su, siamo difronte e ci guardiamo, lui con la camicia aperta sul torace ed il pisello eretto fuori dalla patta, io la bocca rossa, la tshirt rimasta arrotolata sopra le tette. Ci guardiamo, l'altoparlante annuncia il servizio ristorante nella carrozza centrale, poco dopo di noi, tra poco ci sarà passaggio. E ridendo siamo l'uno nelle braccia dell'altra. Ma il riso per la situazione non cancella nulla del desiderio, della voglia evidente che ho io di lui e lui di me. “Piccola strega, dagli un bacio e mettilo dentro”. Non capisco, mica vuole finirla qui? Lo bacio e non vorrei smettere e chisenefrega se passa qualcuno. Si riabbottona, mi stringe a sé e, veloce, una mano sotto la gonna mi strofina la fica. Una fitta che mi arriva dentro, chiudo gli occhi e reprimo un gemito contro la sua giacca, contro il suo profumo. “Ora vai nel bagno a destra e aprimi quando busso due volte e poi una” mi dice la bocca tra i miei capelli, la mano sempre sulla fica, entra con un dito e lo muove piano. Non smettere, non smettere. Muove ancora il dito, ancora un po' più su, se lo porta alle labbra e guardandomi lo lecca. Wowwwww, che fico che è questo stronzo! Mi volta e con una sculacciata mi dice “Vai!”. Occhei, mi ripeto, devo andare nel bagno a destra, lui bussa due colpi poi uno e gli apro. Ma che siamo in un film di spionaggio? di quelli che si vede mamma quando ha le lune. Come se fossi fatta nel corridoio sbatto contro il controllore, quello di prima. “Già controllato il biglietto, vero signorina?” Faccio segno di sì con la testa, e vado avanti. “Cazzo, il bagno è occupato”. Sento lo sciacquone, l'acqua che scorre. Busso. Non esce. “Un aaaaaattimo!!!” Ribusso. “Eccoooooo!” Esce una tipa tutta tirata, s'è rifatta il trucco, si stira la gonna sui fianchi. “Ma che c'hai le fregole o te la stai a fa' sotto”. “Stronza, levati dalle palle”. Mi chiudo la porta dietro. La tizia s'è spruzzata un qualche maleodorante alla cannella, da vomitare. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. “Immonda, ma bellissima” dico all'immagine nello specchio. Immonda, ma bellissima, lo sono davvero. Mi vedo mentre fatico a tenermi in equilibrio e mi piaccio, la pelle sembra brillare, il colorito è acceso, i capelli appena umidi alla radice, gli occhi lucidi li guardo mentre mi guardano, sembrano più grandi, annegati in un'ombra misteriosa. La Mata Hari dell'EuroStar. Ma cosa ci faccio qui? Ci fai quello che volevi fare: una scopata con un vecchio porco? Ancora non viene. E se non gli aprissi e lo lasciassi lì? Mi tolgo la maglietta e mi guardo di profilo: che belle tette, piccole e piene, le tiro più su tenendole con le mani, tendo le braccia in alto, inarco la schiena e sulla punta dei piedi mi giro a destra e sinistra. Mi lecco la punta delle dita e passo la saliva sui capezzoli, lo faccio di nuovo. Due colpi, poi uno. Ma non era il contrario? La porta si apre. Porca, non avevo messo il fermo, magari entrava signorina cannella per darsi un'altra ritoccatina. Lui entra e chiude la porta dietro. “Quanto sono belle! Guardale.” Mi volta e mi guarda nello specchio. Mi toglie la gonna, è con la lingua sul collo e scende, scende, mi allarga i glutei, che fa?, la lingua sull'ano, spinge con la punta, con ritmo ineguale. Ma con chi le farà 'ste cose? Però è bello ed io mi piego sul lavandino, le gambe aperte e mi muovo con lo sballonzolare del treno. Il freddo del metallo contro il seno, rumori intorno, rotaie, passeggeri che stazionano contro la porta e poi s'allontanano, il fischio urlante d'avviso alle stazioncine lungo il percorso e il vecchio porco che mugola. Dal mio buchetto violato partono ritmi di piacere nuovo e sento la fica umida. Chiudo gli occhi e serro le labbra, non voglio che capisca quanto mi piaccia. Ma è bello, bello la sua mano finalmente larga sulla fica, l'altra in mezzo ai seni a stringermi contro di sé. Mi volta di fronte a lui e mi accarezza piano, lento prima solo con gli occhi, poi con le mani e infine con la bocca. “Piccola grande donna, fichetta dorata”. Me la tiene aperta la fica e ci gioca soffiando. Mi soffia la fica, da non credere! Ed ogni passaggio è un pulsare interno che si estende, si allarga atteso ed invasivo. “Fichetta che sa di buono” mi dice mordendo. Le labbra sempre più strette per non gridare quel “sì, sì ancora, così, cosìììì” tante volte detto per falsa passione e che ora… “Oooh sì, ohhh”. Oh no! Ma chi se ne frega, godiamocelo 'sto tipo strano. E mi trovo a gemere e muovere, il bacino che gli va incontro e poi si ritrae, le mani sulla sua testa -oddio non ci posso credere- che l'accarezzano. Sto accarezzando capelli radi, capelli grigi. La sua lingua è dentro e poi eccola nella mia bocca con il sapore di mentina e di me, forte e invadente, poi delicata sulle labbra. Le sue mani mi raccontano il mio corpo, sono carezze sulla schiena, lunghe, continue fine al culo, e poi forti stringendo le chiappe mi spingono contro di lui, ancora vestito nel suo abito troppo perbene, la fede in vista, ancora con la sua aria da giornale finanziario e pc portatile, che ora hanno pure gli sfigati. Non mi capisco, ho rabbia e… Vorrei scappare e lasciarlo qui. Invece rispondo ai suoi baci e le mani corrono a slacciare di nuovo i pantaloni e sono in ginocchio davanti al suo cazzo in mezzo al boxer bianco marca Gallo cotone irlandese ritorto -le stesse mutande di mio padre- e lo guardo incantata.
“Piccola strega, vuoi lasciarlo così?”.
Spicciati a mandarla via! Mi volto e le guardo le tette, intravedo il pizzo del reggiseno attraverso il cotone leggero della camicietta, e l'immagino nuda. Quasi un'allucinazione. Lei sorride e attende da me l'ordinazione. Mentre la guardo scuoto la testa e la mano cerca, trova, stringe il cazzo. “E lei signore, prende qualcosa?”. Tranquillo, sicuro come se fosse quotidianità avere in treno una ragazza sulle ginocchia che ti tiene l'uccello, si fa lasciare una minerale liscia, estrae dalla tasca posteriore il portafogli, paga, riprende il resto, le sorride. Ma da dove gli viene questa sicurezza? Uno qualsiasi senza nulla di particolare se non vestiti costosi. Questo è pazzo. La ragazza uscendo si volta a guardarci prima di chiudere lentamente, molto lentamente la porta. Passa un attimo e “Biglietti, prego.” Entra il controllore. La mia mano resta immobile nella presa, stringo un po' più forte. “Già controllati a Bologna, comunque se vuole…” lui dice, facendo il gesto di prendere il portafogli. “No, prego, lasci stare” sento dietro le spalle la presenza ferma del controllore che ancora non se ne va e poi, di nuovo, il rumore della porta che scorre chiudendosi, i passi che si allontano e poi silenzio. Silenzio nel treno. Silenzio tra noi. Immobilità. Stringo il cazzo, forte, e lui sorride con un sorriso scemo. Leggera la sua mano aperta sul seno, poi anche l'altra, i pollici sui capezzoli premono e ruotano. Con gli occhi chiusi vedo colori girare e forme muoversi al ritmo di qualcosa nella pancia, vabbè ci sa fare 'sto vecchio, mo' me la godo. Le mani dai seni scivolano sulla schiena, i pollici sotto le ascelle muovono sensazioni, quasi dolore, e mi sento coma da bambina sulle giostre. Respiro profondo, serro la bocca, non voglio che mi senta sospirare, la mano ancora serrata intorno al suo pene, lo sento forte. Ma ne ho tenuti in mano di più tosti, caroilmiosignore ma chi ti credi di essere. “Allarga la camicia” mi dice. Lo faccio e con le mani sul mio culo mi stringe contro di sé, e mi piace anche se i peli sul petto mi fanno schifo. Vecchio peloso schifoso! Mi muove, come fossi una bambola ed io come una bambola ci sto, mi stringe, mi allontana piano, mi stringe a sé di nuovo, mi riallontana ed ogni volta i suoi occhi sono sulle tette. Mi fanno male e mi piace. E con lo stesso ritmo mi stringe le natiche, le mani sotto le mutandine. “Toglile”. Mi alzo lenta, con fatica. Gli sono davanti, in piedi, immobile, le braccia lungo il corpo. La bambola scema, incantata. Alzo la testa sgrullo i capelli lo guardo con sfida. Lui seduto, tranquillo. “Toglile”, mi dice piano, e mi sento goffa nell'abbassarmi, nello sfilarmele. “Dammele”. Mi guarda negli occhi mentre gliele porgo, le prende e le annusa. “Il tuo odore”. Sono carine nelle sue mani. “E' buono, ha sapore di te”. Sento salirmi le lacrime. Perché? Rabbia o non so che cosa. “Chiudi le tendine”. Le abbasso e mentre scendono vedo scomparire il mio corpo, come tagliato dalla mancanza progressiva di luce, cerco di agganciarle, non ci riesco, armeggio senza risultato. Mi è vicino, da dietro abbracciandomi aggancia e ferma la tendina, facile, mi prende le mani e me le incrocia ognuna su un seno. “Accarezzati, piccola, accarezzati. Sentile, guardale”. Nella penombra sembrano brillare le mie tette e c'è il rosa del capezzolo scurito da buio che appare e scompare sotto i movimenti delle mani e c'è la consapevolezza più che la sensazione del suo cazzo contro il sedere. Mi muovo piano per cercare di sentirlo. “Sì, bambina, muoviti. Mia piccola, splendida donna” Tua un cazzo, ma che ti credi! Mi porta le mani indietro intorno alla vita sul suo culo e le sue sono sulla pancia sotto la gonna, giocano con l'ombellico, mi stringono a sé, tornano a giocare. Eddai toccamela, che aspetti. Invece no. Le mani corrono sul mio viso, intorno alla bocca, lungo il collo, prendono i seni, li stringono, sono sulla pancia e poi scappano, mi toccano veloci, mi stringono ed ogni volta sono dove le vorrei e poi improvvise altrove, mai sulla fica. Gli sto sbottonando i pantaloni. Gli sto sbottonando i pantaloni e voglio vederlo questo cazzo di vecchio. Il treno fischia forte, sta passando veloce davanti ad una stazione. Mentre fatico ad aprire i bottoni -non ha mica la chiusura lampo il signore, lo tiene in cassaforte il pisello- lui è lì a godersi la manovra. Altri bottoni, quelli del boxer, ma dove stà 'sto cazzo di cazzo? Eccolo, si affaccia timido dall'apertura delle mutande. Non è in erezione, non assomiglia a quei cosi sparati dei miei ragazzi, questo è… gentile. E mentre sono lì a guardarlo e decidere se mi devo sentire offesa, lui mi chiede “accarezzalo, se vuoi”. Se voglio? Me lo chiede, non lo pretende. Lo prendo e mi piace, morbido, pesante, sta nella mia mano come un bambolottino che avevo. E come un bambino lo cullo, lo accarezzo. M'inginocchio e lo bacio piano, lo bacio e lo mordo e lo lecco, con una tenerezza che non mi conosco.
Magari entra qualcuno e 'sta storia finisce…speriamo di no. Due ragazze si avvicinano alla porta, sento le loro voci, ma un'altra le chiama e vanno oltre. Siamo ancora soli in questa carrozza, sembriamo chiusi in una bolla fuori dal mondo, il tempo fermo. Cazzate, divento patetica. Il treno si muove. Si sentono voci e passi. Mi guarda. Sorride. “Tira su questa maglietta, fammi vedere.” Sto tremando e arrotolo la tshirt in alto sul seno. “brava, mia piccola, ora dammele”. Ed io guardandolo come la stronza che sembro ho le mani intorno ai seni, inarco la schiena e glieli offro. Le sue mani ferme intorno alle mie. Se entrasse qualcuno… se se ne frega lui figurati io. Mi guarda negli occhi un secondo e poi i suoi occhi sono di nuovo sulle tette, come carezze. Mi innervosisce e m'inorgoglisce. Si china. Sento la lingua sui seni lenta, si avvicina al capezzolo senza mai sfiorarlo. Dio no, scopami ma non farmi questo. Continua lentissimo, inesorabile come una lezione di trigonometria. Lecca una e poi l'altra, mai i capezzoli. Fa male. Sadico porco pervertito vecchio immondo MUOVITI. Prolunga l'attesa, sto per prendergli la testa e portarla dove voglio io…invece la sua mano gentile e ferma sulla nuca mi avvicina la testa alla sua, la sua saliva sulla mia lingua “Senti il tuo sapore” mi sussurra. Lecca il capezzolo, ed è liberazione, tiro un sospiro e poi la sua lingua è sulle mie labbra e di nuovo la sua saliva si mischia alla mia. “Senti il tuo sapore”. Sapore di me e di lui in bocca. La lingua in mezzo ai seni sale, sale lungo il collo, sale sul mento ed io l'aspetto con la bocca aperta ed è dentro e gentile circonda la mia, la spinge, la circonda, esce e disegna la forma delle mie labbra. Ed io sono consapevole della bellezza delle mie labbra, è come se le vedessi, lucide della sua saliva e della mia. Si stacca “Bellissima” dice piano. Ed è vero, sono b e l l i s s i m a per la prima volta. Gli offro i seni nel gesto di tutte le donne che ho visto in una statuetta micenea nel libro di storia dell'arte al primo ginnasio. Ora mi viene in mente pure la scuola, che scema. Mi guarda e non mi tocca. E' scemo pure lui. Mi guardo e mi sento la dea, quella della statuetta con i seni scoperti, la gonna lunga a balze fino ai piedi, la bocca rossa sorridente sensuale ieratica -ma che cazzo di parole mi vengono in mente!-, gli occhi bistrati fissi e nerissimi. “Sei una dea”. Ma che è mago questo qui? Mi prende le mani e le porta al nodo della cravatta. Sì perché co' 'sto caldo ha pure la cravatta. Ed io slaccio il nodo e poi uno ad uno i bottoni di madreperla della camicia, la stoffa è sottile e ci sono due iniziali ricamate, piccole, discrete, bianco su bianco. N P. N. P.? N come che?, si chiamerà mica Norberto! Continuo a slacciare senza sfiorarlo mai, la camicia è tutta aperta e rimango con le mani in grembo a guardare un torace che ha qualche pelo grigio, io, la seduttrice vergognosa, immobile, incapace in questo momento d'iniziativa. Percepisco forti i rumori intorno: il treno che incrociamo, le ruote sulle rotaie, l'aria spostata dai vagoni, acuti arrivano i diversi tintinnii del carrello di ristoro che si avvicina, arriva ed entra nello scompartimento accanto. Qualche minuto e sarà qui. Resto immobile, non cerco di coprirmi. E' lui, sorridente e sicuro, ad abbassarmi la maglietta e ad abbottonarsi un solo bottone della camicia. Mi stringe contro di sé, sicuro, e mi sussurra all'orecchio “aspetta bambina”. Sento l'umidità della sua saliva ancora sulla punta dei seni. Scorre la porta, si affaccia la ragazza in divisa e, sorridente, elenca bevande e snack, sembra trovare del tutto normale il mio essere sulle ginocchia di questo tipo, infatti tranquilla attende risposta e lui a me: “hai voglia di qualcosa?” Ma che fa pure lo spiritoso?
Due lacrimucce e qualche singhiozzo soffocato.
“Mi scusi…avrebbe un fazzoletto?.”
Con le nocche mi strofino gli occhi, la testa abbassata, lo guardo da sotto le ciglia “umide di pianto”, come fare a resistermi?
Abbassa il giornale e da sopra gli occhiali mi lancia uno sguardo per niente intenerito. Ma chi cazzo è questo?
“Mi scusi, non volevo darle fastidio” recito con una vocina da orfanella abbandonata.
“Prego, prego tenga”.
Prendo il Kleenex e scoppio in singhiozzi.
Lo stronzo guarda oltre il vetro dello scompartimento…si dovesse compromettere.Piango ancora più forte. Si alza e mi siede accanto. Fatta! Mi rannicchio piangente contro il suo petto. Il giornale è rimasto aperto all'articolo sulle agevolazioni fiscali. Se ti conosco…
“Adesso…adesso passa”. Mi dice e rimane lì, le braccia rigide lungo il corpo, potrebbe avere addirittura gli occhi alzati al cielo. Aumento i singhiozzi. Altro sguardo al corridoio e si decide: una mano sui capelli -senti che seta? Olio di jojoba ed il balsamo che costa un botto fregato a mia madre- e l'altra sulla spalla a paccheggiarmi con piccoli colpi. “Su, su, piccola…non faccia così”.
Te la do io la piccola. Mi rannicchio ancora di più contro di lui, e poi -altra serie di singhiozzi disperati- gli passo le braccia attorno al collo, la testa sulla spalla. Ho la bocca sulla sua pelle, potrei leccarla. Le tette spinte contro 'sta giacca del cavolo. Mi fanno male i capezzoli. Sbircio in basso, Allora non sei di marmo, caro il mio signore perbene. Potrei stendere il braccio ed avere il pene in mano. Piano, andiamo piano, se no si spaventa il bravo signore. Mi scosto lentamente, mi soffio il naso, lo guardo negli occhi, tiro su i capelli, li arrotolo, gli chiedo una matita, va alla ventiquattrore obbediente senza domandare a cosa mi serva. Mi alzo, le braccia in alto, la schiena inarcata, infilo la matita nei capelli a tenerli su, i seni ben in vista appaiono una misura in più.
E' imbarazzato, ma non mi lascia con lo sguardo. Crollo a sedere, la testa fra le ginocchia. Dai stronzo e vieni. Mi si siede accanto, una mano sulla spalla, la testa vicino la mia. Sento l'odore di anice e liquirizia. “Su, su piccola, cosa sarà mai?” Infatti, cosa sarà mai?
“E'…è per il mio ragazzo, lui…lui vuole che…che io…” e giù un'altra raffica di singhiozzi. Stavolta è lui a raccogliermi tra le braccia ed a stringermi tirandomi su contro il petto. Come odora! Saranno i ferormoni, ma è diverso dal puzzo di caprone dei pischelli. Più…raffinato e…sensuale. Sto stronzo è sexy. Cazzo se è sexy.
“Allora non mi vuoi dire? Ti farà bene parlarne”. E su che hai capito vecchio porco!
“ Io te lo dico, ma senza guardarti…mi vergogno”. E siamo passati al tu. “E' che lui vuole fare l'amore, anzi l'abbiamo fatto. Ma…, ma…” Singhiozzo trattenuto, tiro su col naso. “Se non ti senti di parlarne…”. E nooo! Alzo la faccia verso di lui -devo essere irresistibile in questo momento- lo guardo negli occhi. “ Sì, sì. A te posso dirlo, mi fai sentire bene. Ma senza guardarti”. La testa contro il suo petto pudicamente chinata. Figurati! “Vedi l'amore l'abbiamo fatto…lui lo voleva tanto, così…così l'abbiamo fatto. Però, è che…mi ha fatto male e…e non mi piace e…nemmeno a lui.” Singhiozzo e poi abbasso ancora la voce. “ Cioè lui dice che è colpa mia, che…che non sono abbastanza donna. Ma io…io gli voglio bene e…”. Serie di singhiozzi disperati. Il vecchio signore mi tiene stretta e mi pare non si preoccupi più di chi passando per il in corridoio potesse vederci. Ed ecco il gran colpo: mi alzo e le spalle tese, la testa china di lato -atteggiamento da cucciolo che funziona sempre- le mani morbide sui fianchi. “Ha ragione lui? Non sembro abbastanza donna, vero?” Mi guarda e mi guarda tutta ed è un altro, lo stronzo. C'è compiacimento e tenerezza nei suoi occhi e passione. “Forse i seni sono troppo piccoli” e con il dorso della mano spingo in su una tetta “ e i fianchi troppo stretti” e lo guardo dritto negli occhi. Lo aggancio. La mia è una richiesta esplicita a cui non può sottrarsi. Cazzo se lo voglio, lo voglio come non ho mai voluto nessuno, perché poi? E' in piedi davanti a me, ancora con i suoi patetici occhiali un po' sghimbesci sul naso. E' in piedi e mi sorride di tutti i sorrisi che conosco. “Vieni qui ragazzina”. Alzo il mento e gli vado incontro di un passo. La sua mano si muove, la vedo a rallentatore, si avvicina lenta ed è intorno ad una tetta, la abbraccia con le dita, tutta. “Non c'è nulla che non va in questi seni, e nemmeno nel resto”. Cazzo ma che mi prende? Come se non lo sapessi! Però mi sento strana, come se…come se non lo so. Continua ad accarezzarmi anzi a sfiorarmi il seno ed a guardarmi, distante un palmo. Non mi sono mai sentita guardare così. Vecchio porco, cosa credi di fare, il gioco devo reggerlo io. La sua mano sotto la maglietta è una presenza possessiva e…lieve. Mi sento leggera e non riesco a muovermi. Ora mi giro e lo pianto in asso e se gli va si fa una sega. Fa un passo avanti e sono tra le sue braccia, si siede e sono sulle sue ginocchia. Il treno è fermo ad una stazione, c'è movimento nel corridoio.
continua...
(continua nei prossimi post, solo se voi gradite miei ospiti)
Avevo voglia di far l'amore. In treno, nella carrozza solo io ed un signore proprio davanti a me, anziano rispetto ai miei diciassette anni e mezzo, e ben vestito, di quell'eleganza appena trasandata che riconoscevo negli uomini di potere, come mio padre. Mi aveva degnato di uno sguardo appena, scivolato veloce dalla minigonna in giù e poi fermo, un attimo, sui cinque centimetri lasciati scoperti dalla vita bassa e dalla maglietta corta. Nessuna altra attenzione.
Cazzo! Ora era lì, dietro il suo Sole ventiquattrore. Offensivo, per una che gli uomini li attizzava solo passando.
Forse cinquant'anni, ma no, di più. Il vestito quasi antiquato e le mani, solo quelle vedevo, con le vene in rilievo e qualche macchia di pelle. Di più. Tra i cinquanta e i sessanta. L'età che le ragazzine si guardano per forza, anche quando non sono come me.
No, non deve essere frocio, nessun carattere dell'omosessualità, non nel vestire, non nei movimenti. Fermo, forte, sicuro il suo atteggiamento, uno di quelli che degli altri se ne fregano. Va bene così, ma non di me.
Cazzo. Chiuso dietro il suo fottuto giornale, come se non esistessi.
Ora vedi, se ti accorgi di me!
“Signore, mi scusi signore. Vorrei mettere lo zaino lassù, mi aiuta… è pesantissimo”
“Prego, lasci fare a me”.
E no! Ti sbagli…
Sono tesa sulle punte dei piedi le braccia allungate verso il portabagagli, il mio culetto tondeggia sottosforzo, la maglietta si alza ancor di più, e le tette… quelle non può vederle ancora.
Eccoti dietro di me, sai di Acqua di Parma che non usa quasi più nessuno di quelli che… però, sai anche di… ma che odore è?
“Oh, mi spiace non riesco a mandarlo più su e non posso lasciarlo o cade.”
Le sue braccia si sovrappongono alle mie, ma resta rispettosamente distante, il cretino. Credevo fosse più alto, invece dietro di me, senza volersi avvicinarsi troppo, fatica un po' anche lui a raggiungere il portabagagli. Ben ti sta idiota.
“Ci siamo quasi, su spinga!” Eccolo, ora mi è addosso, non poteva farne a meno. Mi lascio andare piano indietro e gli sono contro, volto appena la testa, gli sorrido, i miei capelli gli strusciano sul collo e lui sa di… liquirizia e anice! Forse sta smettendo di fumare, mio zio masticava mentine quando tentò di lasciar perdere le sigarette.
“Bravo, ce l'ha quasi fatta”.
Con l'ultima spinta allo zaino è lui a essermi contro, lo sento sul culo e il suo respiro mi arriva caldo addosso. Ne ho voglia, subito. Ma no, lo voglio vedere sbavare.
Mi giro veloce, esagero l'ansito della fatica, le tette si alzano e si abbassano ritmiche con il respiro ed i capezzoli quasi lo sfiorano.
Si allontana un passo indietro tirando giù i polsi della camicia, il pezzo di braccia scoperto è bianchiccio e peloso. Dovrebbe farmi schifo. Lo aggancio con un “Grazieee!” mentre tiro in basso la maglietta.
E, già seduto, mi sorride quasi distratto, ma l'ho visto con lo sguardo un attimo più del necessario fermo sulle tette. E il mio culo lo ha sentito per forza, tosto, diverso sicuramente da quello della sua donna. Monogamo con fede al dito, aria perbene, non ha approfittato di nulla e avrebbe potuto, ora è già lì dietro al giornale. Cerco un segno d'erezione, ma i fottutissimi fogli nascondono tutto. Cazzo, scema inventa qualcosa. Tu con la fica umida e lui lì tranquillo a leggersi quanto gli stiano rendendo le azioni o come approfittare della Tremonti, uguale sputato a mio padre. Forse, potrei puntare su istinto paterno e complesso d'Edipo, nel senso che quasi tutti i padri hanno un momento in cui vorrebbero farsi le figlie.
continua...
Piacersi
Il primo sguardo della finestra il mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.
B. Brecht
Così semplice e così complessa questa cosa. Dire molto con poco. E poi quella chiusura "essere gentili" non te aspettresti da uno tosto come Brecht.
Domando a quei pochi che qui capitano se e come in questo scritto si trovano.
Chissà e forse sono parole che mi piacciono. Esprimono il dubbio in mezzo a tante certezze che sembrano essere di molti. Io certezze ne ho poche poche, una riguarda il cambiamento: si cambia, cambia il mondo intorno e non è male. Non è male persino quando il cambiamento non ci piace, quando vorremmo restare attaccati a giudizi e situazioni consolidate. E se i giudizi fossero, diventassero pregiudizi? E se le situazioni consolidate ammuffissero, incancrenissero o divenissero semplicemente roba vecchia?